giovedì 6 novembre 2008

Le proposte del PD sui decreti per la stabilità del sistema creditizio


Non è sufficiente che lo Stato aiuti le banche. L’intervento deve trasmettersi a vantaggio delle famiglie e delle imprese. E deve essere ben regolato e trasparente

Gli emendamenti e le proposte del Partito Democratico sui decreti per la stabilità del sistema creditizio

I decreti “salva-banche” hanno cominciato il loro percorso per l'approvazione in Parlamento. Intanto, il Governo sta decidendo ulteriori modifiche all'apparato del “nuovo” intervento pubblico nel settore bancario e finanziario a cui hanno aperto la strada, sulla scia della crisi, le recenti decisioni europee e internazionali. Le motivazioni che stanno alla base di un intervento pubblico di urgenza per evitare fallimenti, o situazioni di difficoltà, di istituti bancari sono condivisibili, e hanno a che fare con la natura pubblica del risparmio, non a caso tutelato dalla Costituzione.


E' chiaro ormai a tutti che la crisi in corso avrà inevitabilmente effetti anche di tipo reale. Per contrastarli occorre una coraggiosa politica economica di sostegno all'economia e ai redditi: il Partito Democratico ha presentato una mozione parlamentare per impegnare il Governo a rielaborare gli scenari tendenziali di finanza pubblica alla luce delle nuove decisioni europee, in modo da fare spazio a provvedimenti immediati di aumento delle detrazioni fiscali per le famiglie, a partire dalle tredicesime di dicembre. Il PD impegna altresì il Governo a sollecitare in sede europea un coordinamento delle politiche fiscali dei paesi dell’Unione, e dello stesso bilancio dell’Unione, sulla scia di quanto già avvenuto per le politiche di intervento in materia di crisi finanziaria.

Il PD, con appositi emendamenti, propone:

a)un’estensione immediata e straordinaria dei meccanismi di protezione sociale a sostegno delle persone che rischiano, nei prossimi mesi, di perdere il lavoro e che non hanno copertura assicurativa contro la disoccupazione nel nostro incompleto sistema di welfare, che andrà poi velocemente sottoposto ad una riforma complessiva. Pensiamo in particolare ai settori produttivi che non hanno accesso all’attuale sistema di garanzie e ai lavoratori a termine. Il beneficio da corrispondere, in questa fase straordinaria, non potrà scendere al di sotto del trattamento pensionistico minimo;
b)l’estensione dei meccanismi di garanzia del credito per le piccole e medie imprese, attraverso la costituzione di un Fondo temporaneo e straordinario garantito dallo Stato che migliori la valutazione dei crediti che le PMI intrattengono con il sistema bancario direttamente oppure tramite il sistema dei Confidi;
c)un rilancio straordinario delle politiche per le infrastrutture pubbliche, sostenuto dalla mobilitazione delle risorse che la Cassa Depositi e Prestiti drena grazie al risparmio postale, e anch'esso possibilmente proiettato a livello europeo, cominciando a finanziare le infrastrutture europee con l'emissione di titoli pubblici dell'Unione, come fu proposto vent'anni fa da Delors e colpevolmente contrastato dalle destre e dai conservatori europei, compreso il centro-destra nostrano, che allora era “euroscettico”.

Il Partito Democratico ritiene che occorra anche discutere con più trasparenza e attenzione le modalità che potrà assumere questo “nuovo” intervento pubblico. Il fatto che esso sia necessario, e anche urgente, non può far dimenticare che conta anche il “come” lo Stato interviene in economia.

I nostri emendamenti prevedono:

a)che la possibilità che lo Stato diventi azionista delle banche sia limitata ai soli casi estremi, quando la banca è sull'orlo dell'insolvenza o di una grave crisi di liquidità. Negli altri casi, e sempre su proposta della Banca d’Italia, l'intervento pubblico può assumere la forma dell'acquisto da parte dello Stato di obbligazioni o altri strumenti finanziari emessi dalle banche coerenti con l’obiettivo di rafforzarne i coefficienti patrimoniali;

b)che la valutazione dell'”adeguatezza patrimoniale” delle banche, che la Banca d'Italia dovrà effettuare per proporre, se necessario, l'intervento dello Stato, debba tenere conto dei flussi di credito effettivamente erogati negli ultimi mesi, al confronto con analoghe fasi cicliche, per evitare che alcuni istituti, pur di “rientrare” velocemente nei coefficienti richiesti, abbiano contratto o stiano contraendo in modo anomalo i flussi di finanziamento ordinari al sistema delle imprese, e soprattutto a quelle di più piccola dimensione.

E’ necessario infatti evitare un paradosso: pur essendo il sistema bancario italiano quello che sembra uscire meglio dalla crisi, l’atteggiamento di “contrazione del credito” che sembra in questa fase attraversarlo potrebbe far trasmettere all’economia reale il colpo della crisi molto più velocemente di quanto stia accadendo in altri paesi europei, e ciò anche perché le nostre piccole imprese sono molto sensibili alle condizioni creditizie.

Un ulteriore emendamento del PD si occupa di stabilire cosa lo Stato chiede in cambio alle banche che vengono aiutate a tirarsi fuori dai pasticci grazie al suo intervento, e quindi con risorse direttamente o indirettamente a carico dei contribuenti. Affinché la politica pubblica non si limiti a “salvare le banche”, ma possa esercitare un vero effetto di stabilizzazione dell’economia, i benefici dell'intervento non devono fermarsi ai bilanci delle banche, ma devono trasmettersi fino ai bilanci delle famiglie e delle imprese.

Alle banche “aiutate” vanno, secondo la nostra proposta, poste quattro condizioni:

a)aiutare a loro volta le famiglie. E lo possono fare in due modi: abbassando i tassi variabili a cui sono agganciati i pagamenti dei mutui per l'acquisto della prima casa, trasmettendo così immediatamente a vantaggio delle famiglie il minor costo che le stesse banche hanno ottenuto per i loro finanziamenti, garantiti dalle Banche Centrali e dai Governi, e quindi meno costosi di quanto avvenisse appena qualche settimana fa;

b)impegnandosi a non far scattare le ipoteche sulle prime case delle famiglie in difficoltà, promuovendo appositi schemi che consentano a queste famiglie, almeno, di non perdere la possibilità di alloggiare nelle case che hanno comprato ma che non sono più in grado di pagare;

c)aiutare a loro volta le piccole e medie imprese, impegnandosi a mantenere inalterato il trend storico dei flussi di credito erogati a questo importante comparto del sistema produttivo italiano;

d)modificare gli schemi retributivi del proprio management, escludendo per almeno un anno la corresponsione di premi e bonus e rivedendo poi il complessivo schema di incentivazione dei manager, ancorandolo non più a obiettivi di breve termine, ma a parametri di lungo periodo.

Per dare piena trasparenza al “nuovo” intervento pubblico il Partito Democratico propone l’istituzione di un Comitato per l’attuazione delle misure per la stabilità del sistema creditizio, presieduto dal Ministro per l’economia e le finanze, che relazioni sull’attuazione degli interventi al Parlamento e alla pubblica opinione con cadenza mensile per i primi sei mesi e successivamente con cadenza trimestrale.

Infine, il Partito Democratico ha elaborato una proposta sulla questione dei Fondi Sovrani. In base a questa proposta l’Italia deve assumere nel suo apparato normativo i criteri di regolazione derivanti dalle esistenti raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE, evitando di cadere in un inutile e dannoso eccesso protezionistico. Nella proposta del PD si prevede la possibilità di intervento difensivo da parte dello Stato nel caso di Fondi che non si siano adeguati ai criteri di trasparenza, rendicontazione e governance contenuti nei “principi di Santiago” e nel caso di assunzione di partecipazioni di controllo in settori strategici.

www.partitodemocratico.it

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LA PERICOLOSA PRUDENZA DEL MINISTRO TREMONTI

Il governo non riesce a decidere come reagire alla crisi. Il programma di ricapitalizzazione delle banche, altrove già avviato, continua a essere rinviato. Tremonti conferma la manovra approvata a giugno come se niente fosse successo nel frattempo. Questo immobilismo è pericoloso. Non serve ad evitare il peggioramento dei conti pubblici e non ci permette di contrastare la recessione. Anche senza colpo ferire finiremo nel 2009 per superare la soglia del 3 per cento nel rapporto fra indebitamento netto e pil. Meglio farlo varando quelle riforme strutturali che permettono oggi di contenere la recessione e domani di tornare a crescere.

Il ministro Tremonti continua a sostenere che dobbiamo attenerci alla manovra varata in primavera, come se nulla fosse accaduto da allora, come se non fossimo entrati in recessione e la crisi finanziaria non fosse precipitata. Condividiamo i timori del ministro dell’Economia per la tenuta dei conti pubblici, ma arroccarsi a difesa di una manovra ormai palesemente inadeguata è pericoloso. Prima o poi una manovra anacronistica è destinata a cedere per le pressioni all’interno della stessa maggioranza. E il rischio a quel punto è di cedere su tutta la linea. Meglio decidere ora cosa fare e cosa no.
Un paese con un debito pubblico come il nostro può fare poco per contrastare la recessione. Per questo dobbiamo al più presto abbattere il debito. Ma fare poco non vuol dire non fare nulla. Vediamo prima quali margini sono disponibili. Poi cosa si potrebbe fare.

COME SARA’ IL 2009 DEI NOSTRI CONTI PUBBLICI?

L’ultimo documento di finanza pubblica, disponibile, la nota di aggiornamento del Dpef presentata a fine settembre non ha più alcun valore. Quel documento conferma i saldi di luglio per il 2008 e alza le stime dell’indebitamento per il 2009 di un solo decimo di punto: 2,1 anziché 2 per cento. Il mantenimento dei saldi nel 2008 sarebbe dovuto a una “ricomposizione del conto che lascia sostanzialmente invariato il livello in termini nominali”. Traducendo il linguaggio (volutamente?) criptico si capisce che il calo del gettito Iva sarebbe stato compensato da una più forte crescita dei contributi sociali. Ma i dati Istat ci dicono che l’incremento dei contributi sociali rispetto al 2007 c’è stato solo in termini nominali. In termini reali, il gettito è calato dello 0,7 per cento. Inoltre le entrate nei primi sei mesi di quest’anno hanno beneficiato di una serie di eventi straordinari che non si ripeteranno, come il versamento del Tfr inoptato, scadenze di studi settore e così via. Si noti che la manovra per il 2009 è quasi interamente incentrata su di un incremento delle entrate. Ma si è arrestata la forte crescita dei prezzi che sin qui aveva contribuito alla crescita delle entrate attraverso il fiscal drag. Il crollo del prezzo del petrolio ridurrà ulteriormente le entrate dell’Iva sulla benzina e gli oli minerali in generale.
Nei giorni scorsi il divario nei rendimenti dei nostri titoli di Stato rispetto a quelli tedeschi si è fortemente ampliato fino a raggiungere 130 punti base, 6 volte lo spread medio da quando siamo nell’euro. Nel 2009 ci sono titoli in scadenza per circa 300 miliardi di debito pubblico. A questi prezzi, significa quasi mezzo punto di pil in più di spesa di interessi. A regime sarà più di un punto di pil.
Gli interventi a sostegno del nostro sistema bancario rischiano di rivelarsi più costosi del previsto anche perché tardivi. Dovranno essere generalizzati perché le nostre banche, che dovevano essere immuni dalla crisi, si sono trovate nell’occhio del ciclone perdendo più delle banche quotate al Dow Jones, nell’epicentro della crisi. Ora bisogna intervenire in modo più massiccio e generalizzato. Le due ipotesi allo studio sono molto costose. La prima prevede un prestito obbligazionario gestito da una società di diritto privato finanziata dallo stato, come in Francia. La seconda ipotesi prevede il “riacquisto” da parte di Banca d’Italia delle quote del suo capitale oggi detenute dalle banche. Difficile che questo possa avvenire utilizzando le riserve dell’istituto. Più probabile, invece, che l’operazione venga finanziata emettendo nuovo debito pubblico. Di quanto si tratta? L’Abi stima il capitale di Banca d’Italia attorno ai 24 miliardi. Ma in passato le banche, iscrivendo a bilancio le loro partecipazioni, hanno valutato il capitale dell’istituto attorno a un miliardo. Dato che il riacquisto serve principalmente a ricapitalizzare le banche, oltre che a rafforzare l’indipendenza dell’istituto dalle banche che dovrebbe vigilare, è prevedibile che si arrivi alla fine a una valutazione vicina a quella dell’Abi con un potenziale incremento del nostro debito pubblico fino a un punto e mezzo di Pil. Al contrario dei piani avviati in altri paesi, l’esborso non sarà temporaneo.

COME SFORARE IL 3 PER CENTO

Anche senza colpo ferire si è eroso l’avanzo primario e ci stiamo pericolosamente avvicinando alla soglia del 3 per cento nel rapporto fra indebitamento netto e pil. La Commissione è disposta in questa fase a concedere maggiore flessibilità, ma non per questo non aprirà le procedure per disavanzo eccessivo, valutando la qualità dello sfondamento, i provvedimenti che lo pongono in essere.
Il giudizio più importante è, comunque, quello dei mercati. Per rassicurarli e dunque non fare aumentare ulteriormente gli oneri sul debito, bene varare proprio quelle misure che nel breve periodo aumentano il disavanzo, ma nel lungo periodo migliorano l’efficienza. Avremo così due risultati al tempo stesso: ridurre l’intensità della recessione e prepararci nel modo migliore al dopo.
Ecco due esempi. Si possono ridurre le tasse sul lavoro anche a parità di spesa nell’immediato. Servirà ad aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e rendere piu’ competitive le nostre imprese. Possibile anche ampliare il grado di copertura degli ammortizzatori sociali, introducendo un sussidio unico di disoccupazione anziché deroghe discrezionali decise dal ministro del Lavoro e dai sindacati. Si tratta, in entrambi i casi, di riforme strutturali, che dovranno trovare coperture permanenti in tagli di spesa. Questi ultimi, loro sì, dovranno essere selettivi e non uniformi come quelli previsti dalla Finanziaria 2009. I tagli selettivi sono gli unici sostenibili e servono a migliorare l’efficienza della spesa pubblica incentivando una gestione piu’ oculata delle risorse pubbliche. Il principio deve essere: taglio a chi e’ inefficiente. Importante anche aumentare la trasparenza nei conti pubblici per rassicurare i mercati e ridurre gli oneri sul debito. Dato che la manovra è stata varata in larga parte prima dell’estate e, dunque, il quadro a legislazione vigente (il cosiddetto tendenziale) già ingloba gli effetti di queste politiche, è molto difficile capire cosa il governo si attenda dai vari interventi. Meglio sarebbe, a questo punto, abolire del tutto il tendenziale e presentare un bilancio per comparti in relazione alle previsioni di spesa e di entrata dell’anno in corso.
Bene invece evitare in tutti i modi misure estemporanee, come la detassazione delle tredicesime o i prestiti alle famiglie con figli. Proprio perché percepite come misure transitorie avranno effetti limitati sulla domanda delle famiglie e, per definizione, non ci porteranno a quelle riforme strutturali di cui l’Italia, da quindici anni in stagnazione, ha bisogno. Il nostro paese ha saputo in passato, nei momenti più difficili, dare il meglio di sé. Per favore, non lasciamoci sfuggire questa opportunità.

Tito Boeri
www.lavoce.info

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mercoledì 5 novembre 2008

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Messaggio di Veltroni a Obama

“Caro senatore Obama la sua vittoria può cambiare il mondo. La straordinaria affermazione da lei conseguita nel voto per la casa Bianca ci ha riempito di gioia: è un evento straordinario, un vero e proprio cambio destinato a riflettersi nella storia
del suo paese ed insieme a modificare, come un grande vento, le speranze e gli assetti del mondo. Noi, democratici italiani, abbiamo seguito con passione la sua campagna elettorale, l'affermarsi di una nuova leadership e
di nuove idee capaci di conquistare i cuori e la mente degli americani e di affermare una visione del mondo fatta di progresso, solidarietà, uguaglianza, sviluppo compatibile.
Tra l'Italia e gli Stati Uniti c'è una lunga tradizione di amicizia che ha al suo centro la vittoria contro il fascismo e il nazismo e la difesa dai totalitarismi. La sua vittoria e il suo arrivo alla Casa Bianca sono accolti
dal popolo italiano come una positiva possibilità di rafforzare questa amicizia e collaborazione. A questo noi ci impegniamo, volendo anche rafforzare i legami che da sempre ci uniscono al Partito democratico degli Stati Uniti. Le invio i miei più cordiali saluti e i nostri complimenti”.

www.partitodemocratico.it

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Negli Usa nulla è impossibile

Un inno alla democrazia e alla capacità di cambiare. Barack Obama nel discorso più importante della sua vita, davanti a centinaia di migliaia di persone, ha commosso il suo Paese e il mondo rivendicando la forza della speranza contro il cinismo, la forza dell'uomo comune davanti al potere, la forza potente del sogno e del cambiamento. La forza dell'America, ha gridato Obama nella notte di Chicago, non è la sua potenza militare ma la capacità di creare «democrazia, libertà e opportunità».
Un discorso di quindici minuti, intenso, emozionante, capace di promettere una nuova éra politica: «Questa vittoria non è il cambiamento ma la possibilità del cambiamento e se c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un posto dove ogni cosa è possibile, dove si può realizzare il sogno dei nostri padri e dimostrare il potere della democrazia, questa notte la risposta è arrivata. L'hanno data le donne e gli uomini che sono stati in coda per ore per poter votare».


Barack Obama è salito sul palco di Grant Park tre minuti prima delle undici di sera. La folla lo aspettava da ore, una serie di boati aveva scandito la conquista di tutti gli Stati chiave, ma la festa era scoppiata un'ora prima quando la Cnn lo aveva dichiarato presidente. Prima di prendere la parola Obama ha aspettato che John McCain concedesse la vittoria, poi con Michelle e le figlie - vestite di rosso e nero - è apparso in questa spianata verde chiusa tra il Lago Michigan e i grattacieli. A proteggere il nuovo presidente due immensi vetri antiproiettile, voluti dal secret service ai lati del leggio.
Obama ha cominciato salutando Chicago, la sua città, la nuova capitale politica d'America, ha parlato con rispetto e stima del suo avversario repubblicano e ha ringraziato Michelle: «La roccia della nostra famiglia, l'amore della mia vita». Poi ha detto a Sasha e Malia che rispetterà la piccola promessa di prendere un cane: «Vi siete meritate il cucciolo, verrà con noi alla Casa Bianca».
Le sue parole più convinte sono state per i milioni di volontari che hanno costruito la sua campagna, per «i lavoratori che hanno donato cinque o dieci dollari», per i giovani che hanno lasciato le famiglie per mesi: «Questa vittoria appartiene a voi e io non lo dimenticherò». Ha ripercorso la storia dell'America e delle sue conquiste e il lungo cammino dei diritti civili attraverso la vita dell'elettrice più anziana: una donna di Atlanta di 106 anni che si battè contro la segregazione razziale e che gli ha dato il suo voto.
L'elenco delle cose su cui impegnarsi adesso è lungo: il pianeta in pericolo per il cambio climatico, la crisi finanziaria e quella delle case, i soldati che combattono in Afghanistan, «la necessità di creare lavoro e di costruire nuove scuole». Ma promette di provarci, chiede che il Paese sia unito con lui per riportare «la prosperità, la pace e restituire ad ognuno la possibilità di coronare il Sogno Americano».

Il finale è hollywoodiano, lo raggiungono sul palco Joe Biden e tutti i parenti: si abbracciano e salutano a lungo mentre gli altoprlanti trasmettono una colonna sonora epica. In tutta America si riempiono le piazze e le strade e davanti alla Casa Bianca un'altra folla immensa festeggia pacificamente l'arrivo di un nuovo inquilino. Il primo nero della storia.

5 Novembre 2008

Mario Calabresi
La Repubblica


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martedì 4 novembre 2008

INCONTRO DIBATTITO: SCUOLA E SOCIETA'

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